3 June 2019

"A quest'Europa serve un nuovo umanesimo". Intervista a Julian Nida-Rümelin

Julian Nida-Rümelin (64 anni)
Una breve intervista al prof. Julian Nida-Rümelin, noto filosofo e politologo tedesco. E' stato lecturer della Cattedra Rotelli 2019 presso l'Università Vita-Salute San Raffaele. Abbiamo approfittato di questa collaborazione per porgli delle domande sulla sua proposta filosofica e sull'attualità politica.

Nida-Rumelin insegna filosofia e teoria politica alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. E' stato consigliere culturale della città di Monaco di Baviera e ministro della cultura tedesco nel primo governo di Gerhard Schröder.

Gentile prof. Nida-Rümelin. Lei propone una filosofia che riscopri l’umanesimo. Cosa può significare oggi essere un politico “umanista”? Da ex Ministro della Cultura tedesco, in che modo si è servito del suo background filosofico nella sua attività politica? 

N-R: Filosofia e umanesimo. È appena uscito un mio libro “Umanesimo digitale” in cui sostengo questa posizione filosofica. Solo con il tempo mi è diventato chiaro che c’è un filo rosso nella mia filosofia pratica e che sono proprio gli elementi umanistici a darle continuità. Ci sono sicuramente degli aspetti antropologici che possono essere così riassunti: Essere umani significa possedere la capacità di sentirsi interpellati dalle ragioni. Su questi elementi antropologici si sviluppano le successive dimensioni: quella etica e politica. Politicamente si può articolare come la capacità di trattare gli altri come esseri sensibili alle ragioni.
Questo è il tratto kantiano della mia filosofia. Ma la differenza rispetto a Kant è che io sono realista. Sono convinto che non si tratta di una costruzione di un’immagine di sé o della costruzione di un ordine normativo ma di una adeguata conoscenza delle ragioni pratiche e teoretiche. Un punto che vale la pena di sottolineare è che le pretese di verità non sfociano inevitabilmente in un fondamentalismo filosofico. Le ragioni fanno parte della nostra pratica quotidiana deliberativa. In questo senso sono coerentista e fallibilista. 

Attualmente l’umanesimo è sfidato da un nuovo collettivismo identitario, dal multiculturalismo americano che collega la dignità dell’individuo al rispetto del gruppo di appartenenza. Tratto che è proprio anche del fondamentalismo religioso. In politica l’umanesimo rispetta gli individui indipendentemente dall’origine, dalla comunità e dalla religione e pretende una società civile globale basata sulla cooperazione e il rispetto di sé. In tal senso l’umanesimo in politica è una forma di cosmopolitismo. 

Ho cercato di trasferire nella pratica le mie convinzioni umanistiche. Per esempio abbiamo sviluppato un modello alternativo alla politica identitaria sostenendo piuttosto luoghi di incontro tra le culture. 

Nel suo libro Pensare oltre i confini (Franco Angeli, 2018) offre una visione delle politiche migratorie molto specifica. Come giudica la politica migratoria tedesca? E come dovrebbe essere quella europea, nell’ottica di un superamento di Dublino? 

N-R: Il problema centrale nella politica migratoria tedesca è stato il suo carattere nazionale e non europeo. La decisione di lasciar passare le centinai di persone che erano bloccate nella stazione di Budapest nel settembre del 2015 ha attirato una migrazione verso l’Europa che la Germania avrebbe voluto solidaristicamente distribuire tra i Paesi membri. Quest’atto ha suscitato reazioni contrarie non solo negli Stati dell’Est ma anche in quelli del Sud. Un aspetto particolare della politica migratoria tedesca è che la Germania per molti anni si è rifiutata di aiutare l’Italia quando migliaia di uomini del Sub-Sahara sbarcavano sulle sue coste meridionali. Al contrario gli sforzi messi in atto dalla Germania con le politiche di integrazione meritano pieno rispetto. Essi vengono portati avanti con un impegno personale e finanziario notevole. 

Il sistema Dublino de facto non funziona da molti anni e dovrebbe essere sostituito da un sistema di distribuzione attraverso una politica migratoria e nei confronti dei rifugiati a livello europeo a cui dovrebbe seguire una conseguente messa in sicurezza dei confini. 

Nel 2012, lei con Jürgen Habermas e Peter Bofinger, ha redatto con un rapporto nel quale proponeva di istituire degli Eurobond. A distanza di sette anni, e con l’accrescersi della crisi politica delle istituzioni europee e l’emergere dei partiti nazionalisti, ritiene che questa misura sia ancora auspicabile e possibile? 

N-R: Retrospettivamente la nostra idea di indire un referendum a livello europeo in modo da trasformare il disegno elitario EU in un progetto di cittadinanza europeo si è dimostrata sensata. In questo modo si sarebbe potuto contrapporre qualcosa di concreto alla successiva erosione della legittimazione politica. Gli attuali sviluppi parlano chiaro: l’adesione all’Europa è cresciuta in tutti gli Stati membri ad eccezione dell’Italia.

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